news :: La rivoluzione va a piedi.

Mi trovo da due settimane fuori dall'Italia, non tornero' quasi certamente prima di dicembre, e c'e' un pensiero ossessivo che mi tormenta e che mi toglie il sonno. Le scarpe.

Quando ho fatto i bagagli ho fatto molta fatica a portare con me tutto cio' di cui avro' bisogno nel poco spazio a disposizione. Un mio primo elenco di cose da portare non aveva tenuto conto dello spazio occupato dai libri e dalla pasta e dall'olio e dal sugo di pomodoro e da varie altre cose che, data la differenza di prezzo tra qui e li', e' vitale portare dall'Italia soprattutto per chi si trova come me in quell'oscura zona grigia tra precariato malpagato e normale disoccupazione.

Alla fine mi sono rassegnato a dover rinunciare a qualcosa.

E tra le scelte piu' dolorose vi son state le scarpe.

Io, come tutti quegli uomini la cui eterosessualita' e' al di sopra di ogni sospetto, possiedo solo due paia di scarpe: invernali ed estive. Fino a due settimane fa in Italia indossavo quelle estive, e dato l'avvicinarsi dell'autunno (un po' piu' rigido qua dove sono ora, peraltro) avevo ovviamente preventivato di portare con me quelle invernali. Per risolvere l'impasse dell'impenetrabilita' dei corpi nelle valigie ho quindi tolto le scarpe estive, indossato quelle invernali e lasciato le precedenti nella mia stanza pisana.

Mi sembro' un'ottima soluzione. Finche' un mattino, allacciandomi le scarpe (dalle stringhe molto lise) mi accorsi che qualcosa non va.

Alcune cuciture stanno cedendo. In alcuni tratti la suola sembra sul punto di scollarsi.

Quello che piu' temevo, dover far compere a prezzo triplo in territorio svizzero, rischia di avverarsi.

Abito in un paesino francese di frontiera e da questo lato tutto costa di meno che oltreconfine, ma ancora almeno il doppio che in Italia. Puo' comunque essere meglio che niente, ma negozi di scarpe non ne ho trovati.

Ho gia' fatto spese in due diversi grandi magazzini dal lato francese, sperando di trovare una zona dedicata alle scarpe. Eppure niente. Rimangono solo i negozi di scarpe del centro di Ginevra.

Ho chiesto ai miei colleghi italiani consiglio. Nessuno di loro ha mai comprato un capo di vestiario in Svizzera, hanno sempre preferito attendere il primo rientro in Italia. Anche chi vive qui da cinque anni.

Ho fatto un grossolano calcolo e ho visto che in effetti tornare appositamente in treno in Italia, comprare delle scarpe e rientrare in giornata mi farebbe risparmiare qualcosa, ma non abbastanza da giustificare lo sbattimento. Pero' ci penso.

E poi c'e' anche un altro problema: la lingua.

Non conosco il francese. Sono stato qui per mesi (tacendo i tre anni precedenti di frequente su e giu') e sono capace al massimo di ordinare patatine fritte e legumi, e solo se mi concentro. Come potrei mai esporre il mio problema a un commesso di scarpe, non posso certo limitarmi (non sarebbe dignitoso) a indicare a silenziosi gesti il modello in vetrina e mimargli con le dita la misura di piede che ho. Sempre che usino la stessa convenzione per le misure.

E quindi devo aspettare.

Devo imparare il francese, essere in grado di sostenere una conversazione, e nel frattempo farmi una posizione. Non trovarmi piu' in questo deprecabile precariato, avere uno stipendio adeguato alla regione, poter entrare a testa alta in qualsiasi negozio, anche in pieno centro.

E allora il commesso mi guardera', osservera' i miei piedi avvolti in fogli di giornale tenuti insieme con lo scotch, e mi dira': "Immagino che desideri un paio di scarpe".

E io diro': "No, veramente vorrei una gorgiera".

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