add-me deliri :: Albert

Primo pomeriggio di un giorno di inesausta lotta tra sole e nubi su una Berlino smarrita e ferita, mollemente abbandonato sulla poltrona nella stanza Biedermeier dell’appartamento di Haberlandstrasse, Albert guardava dalla finestra gli alberi tingersi del pallido rosso che le sfilacciate striature degli stratocumuli lasciavano filtrare stemperandosi sui rami spogli, ancora divertito ed incredulo per quanto stava accadendo intorno a lui in quei giorni e per la fama mondiale che aveva così repentinamente acquistato.
Sulla scrivania, quel giorno insolitamente sgombra, campeggiavano l’edizione del mattino de The Times del 7 novembre 1919, un foglio spiegazzato vergato in una grafia compatta e ordinata, l’immancabile pipa, il numero della rivista Annalen der Physik del 1911, aperta all’articolo “L’influenza della gravitazione sulla propagazione della luce” che un’ancor giovane Einstein aveva scritto nel suo periodo praghese.
Lasciandosi andare alla carezzevole tenerezza della moglie che, sollecita come non mai, gli svolazzò accanto per andare ad aprire la porta all’ennesimo visitatore, si abbandonò al corso dei suoi pensieri, cercando di godersi l’atmosfera di vigile attesa.
Sentì Elsa che col suo consueto tono fermo fece desistere il giovane universitario che voleva a tutti i costi incontrare il professore.
“Il professore non è in casa, è al capezzale della madre e non sa quando potrà fare ritorno, La prego, non insista!” Di fronte a tanta risolutezza il giovane abbandonò, non mancando tuttavia di voltarsi indietro a guardare, mentre guadagnava il marciapiede dall’altra parte della strada, nel tentativo di capire se la moglie del professore (il Cerbero, come fu soprannominata in quel periodo) gli avesse mentito o no, ma la porta si era già chiusa alle sue spalle e sulle finestre dell’appartamento di Einstein si rifletteva solo il plumbeo.
Gli angoli della bocca a disegnare il beffardo sorriso che avrebbe contribuito a mitizzare ancor di più la sua fama, Albert socchiuse gli occhi e riandò col pensiero a qualche mese prima, quando a maggio di quello stesso anno, il 1919 appunto, l’eclissi totale di sole osservata e fotografata da due distinti gruppi di scienziati, a Sobral nel Brasile e sull’isola Principe nel Golfo di Guinea, sin da subito parve dare ragione a quello che già anni prima aveva supposto circa la deviazione dei raggi della luce quando entrano in un campo gravitazionale, subendone gli effetti attrattivi esattamente come un qualsiasi altro elemento dotato di massa, anche se la massa della luce è di valore talmente infinitesimale da non poter essere rilevata se non con sofisticatissime misurazioni. Pur se i risultati cui Albert era giunto già nel 1907, anche se pubblicati sulla rivista Annalen der Physik solo nel 1911, non erano esattamente corretti, nei mesi successivi all’eclissi tutto il mondo osannò la profezia di cui era stato l’inaudito autore anni prima, tributandogli onori e meriti con toni a dir poco trionfali – “Rivoluzione nella scienza. Nuova teoria dell’universo, le leggi di Newton abbattute” tuonò The Times del 7 novembre, e ancora “Luci tutte sparse in cielo, uomini di scienza più o meno tutti stupefatti… Trionfa la teoria di Einstein” sentenziò il New York Times di due giorni dopo –.
Proprio così, i raggi della luce subiscono una curvatura…

«È strano» pensava Albert «come talvolta l’intuizione tragga origine dal caso, e tanto più strano è il caso, quanto più forte è l'intuizione e come questa ti ripaghi di anni di pena e di tormento, e ti palesi la risposta tanto a lungo cercata e ti indichi la strada da seguire»; ancora a distanza di tanti anni non riusciva a capacitarsi di come quella soluzione che all’epoca sembrava sempre più oscura si disvelò a lui per un mezzo così… favoloso. «D’altra parte» continuava a pensare «non si dice che Archimede fu ispirato per la sua legge sul peso specifico dei corpi mentre prendeva un bagno?»
Sulla scia di questi pensieri Albert trasse a sé il foglietto spiegazzato, lo distese con la stessa cura di anni prima, si alzò e camminando in circolo cominciò, una volta ancora, a rileggere il vecchio scritto. Passeggiando, un piede rimase impigliato nel morbido tappeto e la bottiglia che vi era appoggiata si adagiò con un tonfo sommesso, appena udibile. Albert abbassò lo sguardo e ridendo tra sé pensò «eureka!»


Il 23 novembre 1885 il giovane Liam si alzò di buon’ora per la lunga passeggiata che l’avrebbe portato a raggiungere il suo rifugio sull’altopiano del vulcano Queen Mary’s Peak. Il presagio della dolce giornata di primavera fatta di sole quasi senza nuvole (se si escludono quelle perenni che avvolgono la cima del vulcano a circa 2.250 yarde di altezza) che stava cominciando, cosa rara per il clima abitualmente piovoso dell’isola con la nebbia che circonda di un umido abbraccio i fianchi alti del vulcano, il fresco tepore che già di primo mattino aleggiava nell’aria, lo rendevano pieno di speranza e ottimismo mentre le sue agili gambe si incamminavano sul vulcano, da tutti chiamato la montagna, e che nessuno della comunità della piccola isola aveva mai sentito il bisogno di visitare, “tanto è sempre tutto uguale, in alto o in basso non fa differenza, mare, mare, mare e ancora mare è l’unica cosa che si vede” dicevano tutti, ma per lui era diverso. Liam non era tanto interessato a vedere, quanto a pensare e, probabilmente, era proprio l’ininterrotta monotonia di quel liquido, immenso paesaggio che favoriva la riflessione, la totale assenza della benché minima interruzione dell’unico elemento che si offriva alla vista, mare, mare, mare…
Per quello Liam, incurante di quella specie di regola non scritta della sua gente, spesso raggiungeva le pendici dell’altopiano dal quale cominciava la larga base del cono che, con ripide pareti, sfociava nel comignolo del vulcano. Perché là, nel suo posto, un quadrato d’erba addossato a un ammasso lavico su cui qua e là germogliavano pallide ginestre, riparato per buona porzione di un lato da una fitta schiera di ontani e aperto per gli altri tre lati verso il mare, si sedeva e pensava in totale silenzio.
Quella mattina, poi, aveva un motivo in più per salire sulla montagna: ormai da più di un mese e mezzo tutti aspettavano la nave con i rifornimenti da Città del Capo, ma la West Riding era stata bloccata da una brutta tempesta (la più brutta, a memoria di cronaca, da quando era stata fondata la comunità dell’isola nel 1816) che si era abbattuta sull’ampio tratto di mare che separava l’isola di Tristan da Cunha dal sud Africa, e Liam sperava di poter correre giù gridando di aver avvistato, primo tra tutti, il tenue contorno delle vele che si stagliavano in lontananza fra cielo e mare.
La tempesta aveva abbandonato l’isola da tre giorni spostando il suo terrifico infuriare in direzione nord est ma gli abitanti, naturalmente, non potevano sapere quanto la tempesta avrebbe ancora impedito alla nave di salpare alla volta della piccola comunità, anche se per esperienza immaginavano che ormai non poteva tardare più molto. In caso contrario sarebbe stato un vero problema perché a quel punto le scorte dei beni di prima e più importante necessità erano già al limite di sopravvivenza. Le candele rimaste occupavano non più di tre casse da cinquanta libbre ciascuna, venti i sacchi di farina accatastati in un angolo del grande locale adibito a magazzino e, poco discosto, gli ultimi quattro barili da 20 galloni di birra. Le scorte di cotone e di lana per gli indumenti erano esaurite, il petrolio, razionato già da due mesi, non sarebbe stato sufficiente ad alimentare più di venti lampade per un’altra settimana, senza contare che non c’era più refe per riparare le reti. In più, come se tutto questo non bastasse, quell’anno gran parte del raccolto di patate era andato perduto, e tutto questo significava che i centosette abitanti dell’isola rischiavano una pesante carestia se non fossero arrivati i rifornimenti.
Ma per Liam, il carico della nave quella volta era ancora più prezioso: finalmente sarebbe arrivato il libro che aspettava da due anni, l’ultima edizione del “Philosophiae naturalis principia mathematica” di Newton. Liam, infatti, aveva una vera passione per la fisica e la matematica, e fin dai primi giorni alla scuola dell’isola aveva capito che i pur dotti e volenterosi insegnamenti impartiti ai piccoli della comunità dal reverendo Baldwin non gli sarebbero bastati, era letteralmente affamato di sapere, e quando ogni semestre (a quell’epoca le navi raggiungevano l’isola solo due volte l’anno) si dovevano depositare nella grande urna dietro il magazzino le liste con le richieste degli approvvigionamenti per il carico successivo, la lista della famiglia di Liam si distingueva da tutte le altre perché riportava sempre i titoli di almeno una dozzina di testi, mentre in genere gli abitanti dell’isola non avevano molta dimestichezza con la lettura e lo studio.
Il padre di Liam, imbarazzato per le occhiate ironiche che gli venivano lanciate tutte le volte che la piccola comunità si riuniva per il deposito delle liste, era tuttavia orgoglioso delle inclinazioni del figlio che incoraggiava sperando per lui un futuro migliore di quello che poteva offrigli quella piccola isola così lontana da tutto, “l’isola più isola che c’è” come veniva chiamata.
Da qualche mese Liam, mentre sedeva nella “sua” radura, aveva anche preso l’abitudine di fermare sulla carta i suoi pensieri, le sue solinghe riflessioni. Tornato giù in paese andava al magazzino, sceglieva con cura una bottiglia vuota e vi infilava il suo scritto, chiudeva la bottiglia con un tappo avvolto in un pezzo di stoffa e ne sigillava il bordo superiore con un cappuccio di ceralacca che scendeva lungo il collo della bottiglia per circa un pollice, anch’esso avvolto nella stoffa applicata prima che la ceralacca seccasse e quindi fermato alla base con un robusto spago. Poi, una volta seccato l’impasto di ceralacca, stoffa e spago, per completare il suo rito scendeva alla piccola spiaggia che dalla punta a sud ovest dell’isola orientata verso la lontanissima Terra del Fuoco digradava dolcemente per circa 700 yarde piegando a destra dove si ergevano i primi bastioni di scogli che riparavano la cala dai gelidi venti dell’est, innalzandosi a formare il fianco ovest del vulcano.

Quindi, salito su uno scoglio, guardava l’infinita curva dell’infinito paesaggio «amo l’interminabile curvatura di questa porzione di universo» aveva scritto quella mattina aspettando la nave «sembra che tutto si curvi, il mare, il cielo, la luce, tutto, come tratto a sé da una forza irresistibile» avido ne aspirava il salmastro chiudendo gli occhi, compiva tre rapidi giri su sé stesso e, finalmente, con un unico, ampio gesto del braccio che accompagnava l’ultima giravolta, liberava i suoi pensieri nel mare.
Anche quel giorno, di ritorno dal mancato avvistamento della West Riding, onorò il rito.

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