recensioni :: The hateful eight - Q. Tarantino (2016)

L'idea alla base del film consisteva nel riunire più personaggi in un ambiente chiuso, e vedere cosa ne sarebbe uscito, ispirandosi ai bottle episodes de Il virginiano, o Bonanza.
La pratica, di partenza una trovata per risparmiare sulle location, in un certo senso rappresentava una sfida per lo sceneggiatore, che doveva riuscire a tenere desta l'attenzione compensando la povertà oggettiva della mise en scene.
Per quanto il linguaggio del western viva nello spazio dilatato, nella narrazione visuale del viaggio attraverso il campo lungo, fino dai suoi primordi c'è anche una dimensione di segregazione, che rievoca il cabin fever, il mal di capanna che attanaglia charlie chaplin e i suoi sodali ne La febbre dell'oro.
Partendo da queste premesse, in The Hateful Eight si costruisce molto bene l'attenzione su quello che è successo prima nell'emporio, e su quello che accadrà dopo.
Gli innuendos si sprecano, come non si contano le allusioni sarcastiche, il voice-off avvincente, i piccoli indizi che non tutto è come sembra.
Dopo questo lungo preliminare, durato per ben più di metà del minutaggio complessivo, arriviamo allo showdown vogliose e malintenzionate come una cheerleader al prom.
Il punto di svolta, dove i nodi arrivano al pettine, è il flashback, che da un lato soddisfa le nostre aspettative, facendoci scoprire con esattezza cosa è accaduto nell'emporio, dall'altro ha la funzione di evidenziare, in maniera un po' pedestre, la distinzione fra i buoni e i cattivi, fino a quel momento abbastanza ambigua.
Da quel punto in poi, la narrazione diventa prevedibile, tanto che sarebbe stato lecito attendersi un controfinale. In particolare risulta insufficiente la costruzione di Daisy, una lodatissima Jennifer Jason Leigh, che si limita a diventare da vittima, carnefice, senza acquistare alcuna profondità aggiuntiva.
Anche il personaggio di Samuel L. Jackson è abbastanza bidimensionale, diventando il portavoce di metafore sociali insufflate a forza nell'ambientazione western.
Al postutto, si avverte quindi un'inevitabile sensazione di anticlimax, mancando The Hateful Eight di uno sviluppo all'altezza delle suggestioni della prima parte.
Tuttavia, l'abbandono dell'ossessione derivativa e il divertito gioco mascherato tra i vari stereotipi dei personaggi western - forse il vero talento di QT è proprio nella direzione degli attori, che riescono a dare brio a siparietti altrimenti stantii - permettono al film di raggiungere una sufficienza stentata, proprio come una lunghissima e costosa puntata di Bonanza girata in 70mm.

Svegliatemi per l'apokatastasis

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