recensioni :: Revenant - Alejandro González Iñárritu (2015)

rodolfo::1742084

ben ritrovati ad un'altra puntata di "al cinema con rodolfo"



premesso che: il regista in oggetto mi ha fatto quasi invariabilmente schifo, odio birdman, non sono ancora del tutto convinto sulle reali capacità del notissimo attore protagonista, ci sono un paio di esercizi di stile che sono discutibili.

ciò detto, questo film spacca sotto quasi ogni punto di vista ed è ottimo. tutto o quasi funziona bene, alva noto e sakamoto si alternano magistralmente con la musica, i paesaggi sono strepitosi, non ci sono buonismi degni di nota. la camera si muove benissimo al servizio del protagonista e meno del regista, che altrove mi ha rotto il cazzo con le sue manie. la storia è quasi un mito in origine, l'avventura del trapper glass vissuto all'alba del XIX secolo in un mondo in cui la civilizzazione fa appena capolino sotto forma di rare reliquie: fucili, fiaschetta, qualche accessorio. i fortini sono come remote basi su un pianeta alieno, immane, a un tempo splendido e desolato in cui è possibile sopravvivere solo grazie ai metodi dei pellerossa o qualche reminiscenza del paleolitico (il confine non è mai chiaro). il fatto è che l'epica in quest'opera si espande e diventa la realtà, una realtà durissima, fisicamente e sensorialmente invadente e proprio per questo spesso al confine con l'allucinazione. i luoghi sono superlativi, gli effetti speciali sono quello che dovrebbero essere, cioè un mero ausilio che rende ancora più coinvolgente e tangibile ciò che ci si para davanti. il capo e la coda di questo film si tengono insieme grazie ad un tema (che non cito) in teoria non originalissimo, però decisamente credibile e che fa un degno servizio a più di due ore di avventura allo stato puro.

il mio voto è 8,5
Non funziona, quantomeno dal momento in cui diventa un survival senza rispettare le regole narrative del genere, quindi almeno per i tre quarti di film.
Il problema che a questo rifiuto non corrisponde nemmeno una scelta realista, perché il buon Inarritu carica il patto narrativo di stronzate assolutamente poco credibili, tipo l'indiano buono che costruisce la tenda termica per l'amico di caprio, o il fortuito ritrovamento della figlia del capo indiano nel campo dei francesi.
Il protagonista risulta costruito poco e male: non ci importa assolutamente di lui, del suo passato da Balla coi lupi, dei vari deliri per la moglie indiana morta; paradossalmente è molto più solido l'antagonista, un uomo del suo tempo, animato dalla materialità, dalla voglia di sopravvivere, dal semplice desiderio di profitto.
Si sarebbe potuto farne o un personaggio credibile, oppure lavorare per sottrazione fino a renderlo un archetipo nell'eterna disfida uomo vs natura, ma la soluzione compromissoria è insoddisfacente.
Anche la caratterizzazione degli indiani soffre di questa mancanza di coraggio/perspicacia; se mi racconti le terre selvagge come pianeti alieni, non mi puoi inserire la background story che umanizza i nemici, che per coerenza avrebbero invece dovuto essere inseguire l'eroe come i sanguinosi subumani di Meridiano di sangue.
Il finale, che arriva gradito dopo 3 ore che sembrano 12, è di una povertà sconcertante.

È il tentativo fallito di raccontare un'epopea con un imponente dispendio di mezzi tecnici, quando invece comunica più sense of wonder una semplice porta aperta sul nulla, come quella di Sentieri selvaggi.

Svegliatemi per l'apokatastasis

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