recensioni :: 3 film di vendetta del 2013: Prisoners (Denis Villeneuve), Big Bad Wolves (Aharon Keshales e Navot Papushado), Blue Ruin (Jeremy Saulnier)

rashid::1689183
Prisoners: molto bello.

si prende con calma lo spazio e il ritmo di un romanzo, senza momenti di stanca o noia. grandi attori, apprezzato il modo in cui viene suggerito il loro passato e attitudine con movenze e particolari, senza spiegoni (per gyllenhaal sopratutto) appunto come se stesimo leggendo la descrizione in un romanzo.
Non male, a me è piaciuto particolarmente la recitazione controllatissima di gyllenhaal, e effettivamente sembra proprio un film sviluppato a partire da un romanzo. Ad ogni modo sarebbe stato meglio sforbiciare un po' su alcune situazioni marginali (ad es. il figlio di hugh jackman), diciamo che mezz'ora in meno non avrebbe certo guastato.

Spieghiamo un po' di cosa parla. Nel contesto di una tranquilla cittadina, due bambine, provenienti da due famiglie diverse, scompaiono misteriosamente. I sospetti si focalizzano inizialmente su una specie di ritardato (Paul Dano), il cui camper è stato avvistato nelle vicinanze. Il giovane detective Loki (Jake Gyllenhaal) assume la direzione delle indagini, mentre il padre di una delle bambine (Hugh Jackman) inizia a muoversi di propria iniziativa per fare luce sul rapimento della figlia.

Il film, pur non esente da difetti, è stato un flop commerciale principalmente a causa del grande successo di Gravity, che era uscito nelle sale durante lo stesso periodo. Si nota comunque un'oscillazione irrisolta tra l'osservanza ai canoni del thriller e una narrazione attenta più che altro a raccontare la solitudine e la perdita di fede, che si riverberano sulle finestre appannate di un freddo autunno americano.

Sul tema della caccia ai pedofili, e delle ambiguità morali che essa comporta, ho preferito Big Bad Wolves, di Aharon Keshales e Navot Papushado, una commedia nera israeliana che ha ricevuto buona accoglienza nei festival internazionali e l'endorsement ufficiale di quentin tarantino.
La scomparsa di una ragazzina innesca un tourbillon di violenza fra una squadra di poliziotti incaricata di dare la caccia ai pedofili con mezzi eterodossi, un timido maestro di scuola che è il principale sospettato, e il padre della vittima.
I registi si divertono a ribaltare i bias dello spettatore, mostrando di volta personaggi (i grossi lupi cattivi, appunto) ancora più pericolosi e moralmente questionabili dei precedenti, con innuendoes nemmeno troppo impliciti alla crisi arabo-israeliano e alle paranoie correlate - cfr. la figura del palestinese a cavallo tipo negro ex machina.
Non sempre tuttavia si riescono a conciliare i registri del thriller e quelli più smaccatamente grotteschi, e i nodi arrivano al pettine nella seconda parte, dove non mancano nemmeno buchi di sceneggiatura rilevanti (quando il poliziotto fugge dalla casa di Gidi, avrebbe potuto utilizzare il cellulare del padre di quest'ultimo per cercare aiuto più velocemente), sebbene il contro-finale riporti quasi tutto in carreggiata.


Risulta molto più sottile e cinematograficamente più intelligente il discorso portato avanti in Blue Ruin di Jeremy Saulnier, dove si smitizzano e demoliscono i cliché tipici del revenge movie. Se la violenza in Big Bad Wolves è mostrata nei suoi esiti più grotteschi e paradossali (per una volta l'aggettivo "tarantiniano" non è stato usato a sproposito), in Blue Ruin domina una discrezione ultra-realistica, che porta il pubblico a confrontarsi con i costi umani che la vendetta inevitabilmente comporta.
Se in BBW i pregiudizi di chi guarda vengono sovvertiti con il meccanismo dell'accumulo, che ogni volta ci mostra un lupo più grosso e cattivo del precedente, in Blue Ruin la frustrazione delle aspettative è affidata ad una rappresentazione impietosa dell'atto del vendicarsi, mostratoci nella sua quotidianità, del tutto scevro della epicità che il cinema ieri come oggi ama costruirci attorno.
Una sequenza sintetizza al massimo questa operazione. Il protagonista va a trovare la sorella dopo diversi anni, per annunciarle che l'uomo che ha ucciso i loro genitori sta per essere rilasciato, e rivelarle cosa ha intenzione di fare in merito. I due si incontrano in un diner, la discussione è tesa al massimo in un crescendo vorticoso di campi e controcampi, primissimi piani serrati sui volti, angoscia e nervosismo, fino a che... il tipo del tavolo accanto chiede ai due di passargli la salsa.
A fronte di alcuni innegabili difetti accessori, quali la caratterizzazione quasi nulla degli antagonisti e una certa macchinosità del plot, il merito di Blue Ruin sta nel riuscire comunque, malgrado una demolizione/presa per il culo delle regole del genere svolta su basi sistematiche, ad appassionarci al regolamento dei conti condotto dal protagonista, un inetto uomo qualunque, mantenendo sempre un certo livello di imprevedibilità e quindi di tensione.

Svegliatemi per l'apokatastasis

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